RELAZIONI DEL CONVEGNO

A.M.P.R.A.

 

Gherardo Amadei

Mindfulness: cosa (forse) è e cosa certamente non è

 

 

La modalità attualmente più consueta per definire la Mindfulness è quella proposta da Jon Kabat-Zinn: "consapevolezza sostenuta da una attenzione intenzionale, non giudicante e rivolta al momento presente". Ma la chiarezza di tale definizione non estingue la difficoltà di discriminare con precisione cosa sia Mindfulness, poiché non può venir ricondotta ad un concetto univoco in quanto è, per sua natura, una modalità di essere. Inoltre essendo sempre più diffuse applicazioni che a lei si richiamano, è estremamente importante capire anche cosa non è, per evitare che venga usata come una coperta sotto cui porre i più svariati interventi.

 

 

Marcello Ghilardi

Pratica del sé e trasformazione del soggetto

 

 

L'abitudine linguistica e la prassi che ne consegue tendono a identificare il “sé” e il “soggetto” come alcunché di stabile, di continuo: un'identità è ciò che, differenziandosi da altre identità, mantiene un possesso saldo su di sé e non si confonde con l'altro da sé. Tuttavia l'esperienza fenomenologica e la meditazione elaborata in alcune importanti tradizioni – sia occidentali che orientali – fanno emergere piuttosto la dimensione processuale e relazionale di ciò che denominiamo appunto “sé” e “soggetto”: non entità stabili a cui affidare un compito di resistenza e di permanenza, bensì dinamiche in continuo mutamento. Soggetti si diviene, continuamente – l'essere umano è chiamato a diventare se stesso. Non esiste un sé pre-costituito che solo a posteriori subisce cambiamenti o trasformazioni, ma un “sé” si dà sempre e soltanto nell'insieme delle pratiche a cui e di cui si scopre soggetto. Attraverso il rimbalzo della domanda su di sé – sull'identità, sulla differenza, sulla trasformazione – attraverso cioè una pratica radicale del domandare filosofico, il soggetto interrogante scopre e riscopre se stesso, liberandosi dall'attaccamento egoico al sé psicologico in un movimento di continua apertura relazionale. Il sé è questa apertura, questa disseminazione che lo espone all'altro, al diverso, e al contempo permette di vivere in maniera feconda.

 

 

 

Padre Luciano Mazzocchi

Immanente e trascendente, l'io conosce

 

Il raggio di luce, assorbito e riflesso dal corpo opaco contro cui urta, si rifrange nella gamma dei colori: quindi l'occhio vede.

L'energia dello slancio spinge l'uccello ad elevarsi nel vuoto, e la gravità del suo corpo lo trascina verso il basso: quindi l'uccello vola.

L'uomo è una potenzialità spirituale, alito divino, che lo dischiude alla dimensione dell'infinito e alla propensione verso l'ideale. L'uomo è un corpo greve, grumo di creta, che lo trattiene dentro il limite fisico del tempo e dello spazio. Quindi l'uomo, trascendente e immanente, conosce.

La conoscenza è slancio e peso, infinito e finito, ideale e reale; non è mai una sola sponda. La conoscenza è dialogo, è misura, è creatività, è chiaroscuro, è arte.

Il santuario dove gli opposti attuano il dialogo è la coscienza. La coscienza è libera: dialogando tra gli opposti, ne assorbe alcuni aspetti e ne riflette altri. La conoscenza è sempre una comprensione ed espressione della realtà, in cui alcuni aspetti sono stati assorbiti e altri messi in rilievo, liberamente.

La conoscenza presunta come rappresentazione oggettiva della realtà, derubandole il tocco creativo della libertà, diviene il terreno del fondamentalismo. E' la causa delle depressioni psicofisiche.

La fede è l'atteggiamento di fondo dell'uomo per cui rispetta l'inconoscibile della realtà che conosce, e ne venera la dimensione libera, inconoscibile. E, della inconoscibilità di quanto conosce, ne gusta il volo e la varietà dei colori.

 

 

Padre Antonio Gentili

Valenze psicofisiche e aperture spirituali della pratica meditativa

La pratica meditativa profonda incide sulle dinamiche cerebrali, riducendo o azzerando lo stato di veglia e suscitando nel contempo uno stato di concentrazione che si presenta con gli stessi caratteri dell’addormentamento e del sonno. Con ciò emergono anche i risvolti di ordine psichico, quali il silenzio, la quiete e l’unificazione interiore.

Tale unificazione interiore, o rientro in sé ci familiarizza con le nostre anime e di sua natura prelude all’apertura verso l’Oltre. Attraverso la meditazione si viene pertanto raggiungendo un duplice risultato, che è possibile formulare come esperienza del sé nel SÉ e viceversa del SÉ nel sé. In termini teistici dell’io in Dio e di Dio nell’io. Si tratta di un processo che implica, secondo il dettato biblico, una trasformazione che viene espressa con il termine “conversione”. Così leggiamo nel profeta Isaia: «Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell’abbandono confidente sta la vostra forza» (Isaia 30,15). Alcuni vocaboli di cui si serve l’antico autore comportano diverse sfumature, per cui possiamo riformulare il suo dettato in questi termini: «Nel ritorno – che è simultaneamente in sé e a Dio! – e nella quiete sta la vostra salvezza; nel silenzio e nella speranza – di chi si consegna fiducioso nelle mani divine – sta la vostra forza». La “conversione” implica dunque un riferimento a sé: quiete e silenzio; e un riferimento filiale a Dio. Conformemente a questo duplice richiamo, la conversione approda a un duplice esito: salvezza e forza. Salvezza rimanda al dono della Grazia e forza indica il risveglio e il potenziamento della natura che si opera sotto il suo influsso. Salvezza e forza in tal modo interagiscono in mirabile sinergia, coronando il processo della conversione, processo che rimanda a sua volta alla pratica della meditazione come al suo strumento ideale.

 

 

Luciano Marchino

La ricerca della felicità. Buddhismo e Biosofia

Le tradizioni meditative affondano le loro radici in un passato spesso remoto. Possiamo considerarle adatte all’uomo nostro contemporaneo? Gli esseri umani non hanno mutato il proprio DNA, ma la tecnologia ha cambiato radicalmente il mondo in cui viviamo e le relazioni formative che si iscrivono al corpo. La pratica bioenergetica e le riflessioni del paradigma somatorelazionale offrono una nuova prospettiva da cui accedere alla meditazione.

 

 

Riccardo Annibali

Da chirurgo a medico olistico Un cammino di autoguarigione

 

Mi capita a volte di fare delle lezioni all’Università della Terza Età. Alla mia domanda riguardo cosa sarebbe necessario per migliorare i moderni metodi di cura, la risposta è quasi sempre unanime: un maggiore ascolto da parte del personale sanitario! Il vecchio medico di famiglia era amato, entrava a far parte del sistema di vita delle famiglie che assisteva. Oggi si assiste a una spersonalizzazione in favore del tecnicismo, come in tanti altri campi del vivere sociale. Gli obbiettivi sono il denaro, il potere, la produttività e… avere meno seccature possibili! Se consultiamo le cartelle cliniche dei medici quando vengono ricoverati per loro problemi fisici, scopriamo che, in media, conducono vite spesso prive di quei requisiti che pretendono dai loro pazienti (per esempio, spesso fumano, bevono alcolici, non praticano sport, non mangiano in modo equilibrato, si drogano…). Vivono la malattia e la morte come un fallimento. Sono spesso incapaci di aiutare le persone a passare ad un più elevato stato di coscienza. Pensano che le eccezioni confermino le regole : i casi di guarigione definiti “eccezionale” o “miracolosa” non vengono sufficientemente studiati dalla scienza ufficiale e rapidamente archiviati perché “disturbano”. Credono ciecamente alla statistica e spesso, in nome di questa, si sentono in diritto di togliere la speranza ai malati, mancando di attitudine positiva. Detestano i “pazienti difficili” (ossia quelli che hanno maggiore possibilità di successo…).

 

Ippocrate, il padre della medicina moderna, circa 40 anni prima dell’avvento di Cristo insegnava ai suoi discepoli “… non sarete bravi medici se, oltre a curare il fisico dei vostri pazienti, non vi prenderete cura anche del loro Spirito….”.

Associazione di Medicina e Psicologia per la Ricerca-Azione